Primavera:narrativa
Il
fogliame delle betulle era quasi completamente verde,benchè notevolmente
impallidito;soltanto qua e là si alzava la betulla tutta rossa,o tutta
aurea,e bisognava vedere come si accendeva vivamente al sole,quando i suoi raggi
si facevano strada d'un tratto,attraverso la fitta rete delle ramaglie sottili,appena
lavate dalla pioggia scintillante.Non si udiva nessun uccello:Tutti si erano
riparati e tacevano;soltanto di tanto in tanto tinniva,come un campanello d'acciaio,la
vocetta beffarda della cingallegra.
(I.Turghèniev
le memorie di un cacciatore)
Era
una mattina serena con un sole così vivido che abbagliava.Il paese,appollaiato
su una costa sul mare,pareva vestito a festa,come le contadine.Le facciate delle
case,le porte ,le cancellate,ravvivate dalla luce limpida,sembravano pitturate
da poco.Gli alberi,le siepi dei piccoli giardini brillavano di un verde primaverile.Le
strade erano gremite di gente,nella piazza e dove c'era posto i merciai ambulanti
urlavano dietro le loro bancarelle,agitandosi con gesti di marionette.Il sole
brillava sulle lustre foglie dei vecchi alberi ; i tronchi s'infittivano di
rametti nuovi ;l'aria ferma,piena dell'odore del fogliame,vibrava di un ronzio
fastidioso di mosche.
(G:Cavani Le stagioni)
Marcovaldo
guidò i suoi bambini per una stradina che saliva tra il verde.Tutto era
pace,silenzio.Salirono fin quasi sulla cresta della collina,che sovrastava l'abitato.Si
vedeva la città in lontananza.I bambini si rotolavano su un prato come
se non avessero fatto altro in vita loro.Corse,capriole,salti rotolate....
Venne un filo di vento;era già sera.Il tempo era passato in un lampo.In
città,là in fondo,qualche luce si accendeva con un confuso brillio.
Allora Marcovaldo fu preso dalla tristezza di dover ritornare laggiù....
Michelino gli venne vicino,lo prese per mano e gli chiese sottovoce:
-Papà.perchè non veniamo a stare qui?_
(I.CalvinoMarcovaldo)
Mentre
la terra era ancora immersa nel riposo invernale,una lunga pioggia leggera è
scesa a cullare la fine del suo sonno.Lei sentiva,ma ancora non si svegliava.Dolce
dormire.Sorrideva dietro le palpebre chiuse,a sentirsi frugare tra l'erba,a
sentirsi toccare le violette ancora nascoste.Picchiettandola con le lunghe dita
leggere,la pioggia le faceva il solletico e le diceva:
-Svegliati-E mormorava ancora:
_Svegliati. -E poi:
-Su,su-E' l'ora,vestiti-
E la terra fingeva ancora di dormire,perchè nulla era più dolce
di quella carezza leggera e di quel dormiveglia.Alla fine ha aperto gli occhi
delle margheritine,ed è rimasto un odore di terra bagnata nei giardini.
(A.Campanile)
la
"mia" rondine arrivava sempre il ventuno di marzo,proprio il primo
giorno di primavera,con qualunque tempo,anche se pioveva.Svegliandomi la mattina
restavo alla finestra a guardarla mentre lei cantava felice gonfiando il petto:poi
come una freccia partiva gridando e incrociandosi con le altre rondini del cielo.Anche
la sera io stavo alla finestra a vederla riposare tra un volo e l'altro:poi
quando il cielo impallidiva e sotto il tetto si faceva buio,la rondine entrava
nel nido per dormire.Quando nel nido nascevano i rondinini,lei aveva un gran
lavoro a correre tutto il giorno a caccia di moscerini da riversare poi dentro
il becco dei suoi figlioli.Una volta,mentre la rondine dal cielo scendeva in
picchiata verso il tetto,si infilò per la finestra dentro la mia camera:fece
tanti giri,poi ritrovò la finestra.Non posso sapere se avesse sbagliato
il volo o se avesse voluto entrare in camera mia per curiosità,per vedere
finalmente come era fatto il nido dove dormivo io.
(C.Bettei)
La
campagna scoppia nel verde e nei fiori:E' la stagione in cui tutto germina,i
rami si allungano,le foglie si moltiplicano.Giro sulle colline del Monferrato.A
distanza ravvicinata dai miei colli vedo le groppe alte e scure delle Langhe.Il
cielo è terso,il sole splende alto,le strade asfaltate,in mezzo al rigoglio
della vegetazione,laggiù in basso,paiono nastri d'argento.Le guardo dall'alto
della collina:persino le rare macchine che l'attraversano nel pomeriggio si
inseriscono nel paesaggio luccicanti come macchie di colori.
Il silenzio della campagna è rotto soltanto dai merli,dai verdoni,dagli
usignoli che si richiamano l'un l'altro,mentre appena accennati giungono trepidi
i pigolii dei nuovi nati.Salgo sulla stradina dove l'erba fa da tappeto,soffice,pulita
per la breve pioggia di ieri.E' ancora una delle piccole stradine vicinali che
ha resistito all'asfalto e anche alle pietre.Tutt'attorno si alzano piante di
gaggie con i rami penduli sotto il peso dei fiori bianchi a grappolo,profumati.Si
cammina come in un sogno,come se il mondo degli uomini e le voci e i rumori
e gli affanni e le ansie e gli stress fossero cose inesistenti.
Scopro fiori nuovi.I fiordalisi selvatici nel loro blu pervicace e il trifoglio
con i rotondi fiori rossi e azzurri e le margherite a migliaia cresciute come
siepi fra le quali si ergono rossi i papaveri .
Alla curva della strada,prima che inizi l'armoniosa sfilata dei filari con le
viti che giù mostrano i piccoli grappoli verdi,ecco una gran pianta di
sambuco:E'tutta in fiore,bianca come una sposa di paese fino a ricoprirle le
foglie e il tronco.Di colpo i fiori di sambuco mi ridestano l'infanzia.Anche
oggi ,come quando mi entravano negli occhi innocenti della fanciullezza,i fiori
di sambuco mi appaiono di una bellezza straordinaria.Una leggera brezza smuove
appena le tenere foglie delle viti e i filari paiono brevi onde di un mare verde.
(Rid. e adat.D.Lajolo)
In
un primo tempo la neve disgelò all'interno,in silenzio e in segreto.Quando
una buona metà di quella immane fatica venne compiuta,non fu più
possibile tenerla nascosta.E il prodigio si rivelò.
Dalla coltre bianca
che si fendeva l'acqua corse fuori e cantò.L'acqua trovava libero sfogo:si
precipitava giù dai burroni,si spandeva in stagni,si riversava dovunque.
Presto il bosco si riempì del suo rombo ,del suo vapore.Nella foresta
i torrenti strisciavano come serpi,si impantanavano e affondavano nella neve
che ne legava i movimenti,scorrevano sibilando per i ripiani,precipitavano alzando
pulviscolo d'acqua.La terra ormai non poteva più assorbire umidità.Da
altezze vertiginose,quasi dalle nubi,se ne abbeveravano invece con le loro radici
gli abeti secolari,ai cui piedi si depositava una schiuma bruna che s'asciugava
in tanti cerchi,come la schiuma della birra sulle labbra e sui baffi.La primavera
inebriava il cielo,che ne era stordito e si copriva di nuvole.Sopra la foresta
navigavano basse nubi dai lembi sfilacciati che a momenti si abbattevano in
tiepidi acquazzoni con un odore di sudore e di terra ,a spazzar via gli ultimi
resti della nera ,squarciata corazza di ghiaccio.
(B.Pasternak.Il
dottor Zivago)
Vi
racconto l'ultima gita intorno a Roma che facemmo pochi giorni or sono,una domenica,in
cinque amici.Partimo da piazzale Flaminio verso le undici.La macchina non era
grande e in cinque si stava stretti.L'allegria ci veniva da fatto che era una
giornata proprio bella,con qualche nuvola bianca qua e là per il cielo
pulito,tanto per ricordare che si era in primavera,e tutta la campagna verde,di
quel verde di maggio,tenero,gonfio,come spumoso che fa pensare al latte appena
munto e quasi quasi verrebbe voglia di essere mucca soltanto per provare il
piacere di metterci dentro la faccia. Anzi,Teodoro;interpretando il sentimento
comune,andò addirittura a buttarsi in uno di quei prati,a gambe all'aria,nell'erba
alta e fresca di rugiada;per poi venirne fuori tutto bagnato e arruffato,la
bocca piena di trifoglio,tra le risate di tutti.Che pace,che silenzio,che serenità.Non
passava nessuno,da una parte c'era un torrentello sassoso sotto una bella roccia
rossa coronata di boschi,dall'altra campi e campi di grano tenero fino all'orizzonte.
(Rid e adat.A.Moravia.Racconti romani)
Spinta
dalla fame la lupa si alzò per andare a caccia.I suoi tre lupatti dormivano
sodo,stretti in mucchio e si scaldavano a vicenda. Essa diede loro una leccatina
e uscì.Era già il primaverile mese di marzo,ma durante la notte
gli alberi,come in dicembre,si fendevano per il freddo e appena tiravi fuori
la lingua,subito te la sentivi pizzicare.La lupa era malandata in salute,sospettosa:sussultava
per il più piccolo rumore,continuamente presa dal pensiero che in casa
sua durante la sua assenza qualcuno avrebbe potuto fare del male ai suoi lupatti.L'odore
delle tracce umane ed equine,i ceppi,le cataste di legna e l a strada nera di
concime le incutevano paura:le pareva che dietro gli alberi,appiattiti nelle
tenebre,ci fossero degli uomini e che da qualche parte,nel bosco,urlassero dei
cani.A causa della salute malferma non dava ormai più la caccia ai vitelli
e ai grossi montoni,come un tempo,e ormai trascurava i cavalli coi puledrini
e si nutriva soltanto di carogne;la carne fresca le capitava ben di rado di
mangiarla,soltanto in primavera quando,imbattendosi in una lepre,le strappava
i piccoli o penetrava in qualche stalla di contadini,dove si trovava qualche
agnellino.La lupa ricordava che nell'estate e nell'autunno vicino ad una stazione
di svernamento pascolavano un montone e due agnelle e che una volta,non da tanto
tempo,le era capitato di passare lì davanti e le era parso di udire dei
belati provenienti dalla stalla.E ora,avvicinandosi alla stazione,pensò
che si era già in marzo e,a giudicare dal tempo,nella stalla avrebbero
senz'altro dovuto esserci gli agnelli. Tormentata dalla fame,pensava con quale
avidità avrebbe divorato gli agnelli e a questo pensiero i denti le abattevano
e gli occhi scintillavano nel buoi come due fuochi.
(rid e adat.A.Cechov.
Novelle)
Erano
cresciute pallide viole al primo sole di febbraio.La sera,erano già recise
nel gambo dalla brezza gelida che frugava la terra.Le cercavano tra le zolle
rassodate dal freddo e sapevano,prima di coglierle,che erano già morte;languivano
nelle tenere mani con la corolla cinerea appena striata di azzurro e di verde
e odoravano di erba che non ha saputo succhiare il profumo della terra.La terra
era acerba ancora e il grano appena spuntava;il tramonto pieno di rosso o di
amaranto era una precaria festa del cielo che declinava rapido e cupo sui tetti
della vecchia città.Le campane dell'Ave Maria ricordavano che la notte
giungeva come sempre e il loro suono era respinto dal cielo freddo e vagava
per i vicoli dove s'accendevano fatui lumi nell'ombra deserta.
Il ragazzo aveva già il ricordo di altre primavere e ora gli accadeva
di desiderare un cielo alto ,pieno di rondini e un vento odoroso di foglie e
di fiori giovani;il desiderio dava alla sua anima alcuni presagi di una malinconia
che poi si sarebbe fatta più grave.I suoi compagni,mentre si avviavano
verso il seminario,si stringevano muti intorno al prefetto e facevano,con la
notte che incupiva,un solo,lobile mucchio di ombra.
(F.Jovine.Il pastore sepolto)
Stamane,alla
luce del sole,vedo il miracolo degli olivi.E' proprio come un miracolo:quando
tutti li credevano morti,perduti,destinati ad essere tagliati per legna ,i più
invece,e adesso,almeno fra gli olivi di questa valle,tornano a vivere.E' un
avvenimento meraviglioso e importante di cui avevo sentito parlare:ma soltanto
stamane alla luce del sole lo vedo con i miei occhi.E il miracolo avviene proprio
fra gli olivi vecchi,centenari e forse millenari,che sono qui sotto la mia finesrta,ai
piedi della casa di campagna in cui ho dormito.Gli olivi-già scheletriti
e di color rossigno,oppure pallidi e biancastri-non si erano"mossi"durante
la fine di marzo,dopo il terribile gelo e la nevicata dello scorso anno;non
avevano dato segno di vita per tutto l'aprile;niente che avesse fatto sperare
sino a metà maggio.-Non c'è da far più nulla-dicevano tutti,padroni
e contadini:-Sono morti-.E adesso la vita ricomincia.Ma,fenomeno curioso,le
prime avvisaglie di verde non compaiono in basso nei punti meno lontani dalle
radici,o nel mezzo del tronco.No,le fogliolinemalle volte assai timide,spuntano
prima di tutto in alto,nelle estreme punte degli olivi.E nel midollo del tronco,ecco,quel
che era il tessuto opaco o marrone di un mese fa,ora comincia a ridiventar bianco.E
la vita,per entro il fusto antico e duro, è ricominciata ad apparire.Ma
prima di tutto sulla cima,sulla fronte,negli occhi dell'olivo:le foglie.
( rid e adatt, B.Tecchi.Storie di alberi e
di fiori)
Jody
aprì gli occhi di malavoglia:Pensò che bella cosa sarebbe nascondersi
nel bosco e dormire tre giorni e tre notti senza interruzione.Cominciava a far
chiaro a levante.Non sapeva se era stata la luce a svegliarlo,oppure le galline;le
sentiva,l'una dopo l'altra,tra i rami dei peschi dove s'erano appollaiate per
la notte,frullare le ali e ciangottare.la luce era tutta strisce del più
bel arancione.Controluce i pini grossi si delineavano ancora tutti neri.Adesso,in
aprile,il sole si alzava più preso.Non poteva esser tardi.Era già
un progresso svegliarsi da solo,senza essere chiamato dalla mamma.Soddisfatto
di sè,si voltò su un fianco dacendo scricchilare le foglie secche
di granoturco del materasso.
Le strisce di luce si mescolavano assieme assumendo una tinta più carica.Un
bagliore d'oro si estese fino alla vetta dei pini e,mentre Jody contemplava
lo spettacolo,il sole stesso si levò,simile ad un padellone di rame che
ascendesse tra i rami sospeso ad un filo invisibile.S'alzò un buffo di
vento,forse il primo respiro del sole nascente,gonfiò le tende della
finestra eraggiunse il letto accarezzando Jody in viso con la fresca morbidezza
d'un manto d'ermellino.Egli giacque ancora un momento immobile ,esitante tra
gli agi del letto e il richiamo del giorno di primavera;poi d'un balzo fu fuori
dal nido ,in piedi sulla pelle di cervo.
(M.K.Rawlings.Il cucciolo)
Durante un temporale a primavera
Come
ogni mattina la squadra dei boscaioli era partita prima di giorno,il paese dormiva
e solo quando giunsero in alto,lungo la costa del monte,sentirono suonare le
campane dell'alba.Deposti i sacchi cominciarono il lavoro.La sega a motore rompeva
il silenzio del bosco e quando si fermava,sentivi il fracasso della ramaglia
dell'abete che si schiantava. Così per ore;fino a mezza mattinata quando
c'era la sosta per la merenda.In quella pausa si sentivano ritornare i soliti
rumori del bosco.Ripresero il lavoro con lena fino a mezzogiorno,per il riposo
più lungo.Terminato di mangiare,si udiva lo scalpicciare di un capriolo
e,da oltre la valle, il brontolare del tempo:-Viene il temporale,e in mezz'ora
sarà qui-Disse uno dei due che fumava guardando il cielo.Improvvise caddero
delle gocce che c'era ancora il sole e un tuono secco svegliò chi dormiva.Subito
si acquattarono sotto i rami di un abete.L'acqua scrisciava fra i rami e i lampi
e i tuoni rompevano il cielo.Poco dopo incominciò a grandinare e i grani
battevano giù dalle pigne e dai rami..Il più giovane dei quattro
corse fuori nel diluvio per cercare di coprire la motosega.Si fermò su
uno spiazzo e urlò:-Venite ,c'è un capriolo appena nato.-Uscirono
tutti nel temporale per aiutarlo a riparare il neonato,che era quasi senza vita:con
delle cortecce d'albero fecero una tettoia per lui e tornarono al riparo.Continuava
a piovere e tuonare,ora le saette erano cessate,il temporale si stava spostando
verso la valle.Loro pensavano al povero capriolo e quando si decisero a rientrare,passanado
davanti al rifugio del piccolo,videro che era tutto rannicchiato ,tremava per
il freddo,ma sembrava tranquillo.Quando tornarono in paese smise di piovere
e lontano,verso il lago,apparve una striscia di azzurro.
(Rid e adatt.M.R.Stern.uomini,boschi e api)
Il
cuore verde del canyon era lì,nel punto in cui le pareti di roccia di
staccavano brusche dalla rigida pianura e diventavano poi più dolci fino
a formare un angolino riparato e pieno di forme delicate ,morbide e rotonde.Qui
tutto riposava.Perfino il piccolo torrente interrompeva la sua corsa turbolenta
abbastanza a lungo da formare un tranquillo specchio d'acqua.Più in basso
il canyon diventava più stretto nascondendosi alla vista.Le pareti piegavano
bruscamente una verso l'altra e il canyon finiva con un caos di rocce coperte
di muschio e nascoste da una parete verde di viti rampicanti e rami d'alberi.Lontano,sopra
i l canyon,si innalzavano picchi,alture e grandi colline silenziose ricoperte
di pini ai piedi delle montagne.Nel canyon non c'era polvere:le foglie e i fiori
erano puliti e intatti,l'erba era giovane,vellutata.Sopra la pozza,nell'aria
tranquilla,svolazzavano i fiocchi bianchi di tre pioppi.Non c'era alito di vento.L'intensità
dei profumi addormentava l'aria che era fine e frizzante.Lo sciacquio del ruscello
attraverso il canyon era così tranquillo,così leggere le sue increspature
che lo si poteva sentire appena in deboli e rari gorgoglii.Nel cuore del canyon
ogni cosa si muoveva ondeggiando.I raggi del sole e le farfalle ondeggiavano
avanti e indietro tra gli alberi.Il ronzio delle api e la voce del ruscello
erano un ondeggiare di suoni.
(Rid e adtt.J.G.London.Il
canyon tutto d'oro.)
Le
quaglie arrivarono proprio davanti ai lillà fioriti nella primavera che
seguì immediatamente il loro matrimonio.Era la prima mattina calda,senza
brina,solo rugiada.Sentendo il sole sul tetto lei si alzò prima del solito;quando
vide le quaglie nel cortile posteriore,lo svegliò.Lui vide otto uccelli
che razzolavano e beccavano nell'orto del loro padrone di casa.Lui le disse
che erano le quaglie della California:Tutte avevano sulla fronte un pennacchio
che dondolava.Giravano per l'orto come un gruppo di turisti,fermandosi per beccare
il terreno,muovendosi silenziosamente,senza scopo e ciascuna per sè ,ma
pur sempre in comitiva.La coppia si vestì perlando a bassa voce degli
uccelli e guardandoli mentre facevano colazione beccando nel prato.Lui aprì
la finesrta,sentirono l'odore dell'umidità del mattino e dei boccioli
di melo.Dalla finestra entrava il sole.Quella sera,rientrando dal lavoro lui
si fermò a comperare del grano,lo sparse vicino alla finestra e al tramonto
gli uccelli ritornarono.Dopo l'arrivo delle quaglie la coppia puntò prima
la sveglia.In principio fu per avere un pò più di tempo per il
caffè e per guardare la covata.Poco dopo presero l'abitudine di mettere
il grano sul davanzale della finestra ,e le quaglie si univano a loro per la
colazione.
(Rid .R.Yngve.Narratori
di poche parole)
La
casa sorgeva sulla parte più alta della stretta lingua di terra tra la
baia e il mare aperto.Aveva resistito a tre uragani ed era una costruzione solida
come una nave.L'ombreggiavano alte palme da cocco piegate dagli alisei,e uscendo
di casa dal lato dell'oceano potevi scendere per la scogliera,traversare la
striscia di rena bianca ed entrare nella Corrente del Golfo.A guardarla in questa
giornata di primavera senza vento,l'acqua della Corrente era blu scuro.Ma quando
t'immergevi,sopra quella rena bianca e farinosa c'era solo la luce verde dell'acqua,e
di ogni pesce grosso si vedeva l'ombra molto tempo prima che quello potesse
raggiungere la spiaggia.Là,in quella casa viveva un uomo di nome Thomas
Hudson,che era un buon pittore e passava lavorando là e sull'isola la
maggior parte dell'anno.Quando si è vissuto abbastanza in quelle latitudini
i cambiamenti di stagione vi assumono la stessa importanza che hanno in tutti
gli altri posti della terra e Thomas Hudson,che amava quell'isola,non voleva
perdervi nè una primavera,nè un'estate,nè un soloautunno
o inverno.
(E.:Hemingway.Isole nella corrente)
Alice
cominciava ad esserer davvero stufa di starsene seduta lungo la riva del fiume
accanto alla sorella,senza far nulla.Un paio di volte aveva dato una sbirciatina
nel libro che la sorella leggeva,ma,non vedendovi nè dialoghi,nè
illustrazioni,"A che serve un libro senza figure nè conversazione?"pensò.
Stava giusto riflettendo(sebbbene la calda giornata primaverile,rendendola sonnolenta
e intorpidita,glielo consentisse appena),se il piacere d'intrecciare una ghirlanda
di pratoline valesse la fatica di alzarsi e raccoglierle,quando all'improvviso
un Coniglio Bianco dagli occhi rosa le passò vicino correndo.Sin qui
niente di straordinario;ma neppure quando udì il Coniglio mormorare"Povero
me!Arriverò in ritardo!".Alice trovò la cosa insolita.In
seguito,ripensandoci,Alice si rese conto che avrebbe dovuto meravigliarsene;al
momento,invece, ciò sembrò perfettamente naturale.Quando però
il Coniglio estrasse un orologio dal taschino del panciotto,guardò l'ora
e affrettò il passo,Alice balzò in piedi e come un lampo la colpì
il pensiero che non aveva mai visto prima d'ora un coniglio con il panciotto
e tantomeno con l'orologio.Ardendo di curiosità,gli andò dietro,attraversando
il campo fiorito di corsa e fortunatamente riuscì a vederlo mentre scompariva
in una larga tana sotto una siepe.Immediatamente lo seguì,senza neanche
lontanamente chiedersi in che modo sarebbe tornata fuori.
(L.Carroll.Le avventure
di Alice nel paese delle meraviglie)
Era
aprile .Un amico arrivò a casa mia con tre merli poco più grandi
di un pollice.Aveva notato,in giardino,la presenza di un merlo e visto il suo
andirivieni fra l'edera che ricopriva un muro della casa e il folto della vegetazione.Quel
pomeriggio il suo gatto si era arrampicato in mezzo all'edera ,e ,dopo un po'
di trambusto,se ne era sceso con il merlo in bocca.La figlia del mio amico aveva
udito allora un pigolio.Era salita su una scala e aveva scoperto,a pochi metri
di altezza,un nido con tre piccolissimi merli,che mi furono portati subito.La
cosa più grande che avevano era il becco,cerchiato di giallo.Lo spalancavano
incredibilmente,appena sentivano avvicinarsi qualcuno.Dovevano avere una gran
fame.Amalgamai dei pezzettini di fegato,della carne macinata,una fettina di
mela,un tuorlo d'uovo e , con uno stecchino,mi provai ad alimentarli.Accettarono
senza paura.Così diventai la Mamma dei tre merli.Mezzo spelacchiati,con
il corpo tutto rosso e il pancino tondo,non facevano una gran figura.Riuscii
a farli bere con il contagocce.Dopo aver mangiato si addormentarono subito,uno
appoggiato all'altro.Li coprii con uno straccio di lana e dovettero sentirsi
a loro agio.Da quel giorno d'aprile tutta la mia famiglia fu impegnata a salvarli.
(G.Giorgetti.Addio alla
caccia)