INVERNO:Narrativa
Era l'inverno.Era l a sera.Il freddo gelava.Un ghiaccio nero ricopriva le strade.L'aria densa di brina grigiastra pizzicava,pungeva.Dalla nebbia emergevano i volti intirizziti dei passanti.Le finestre delle case,ricoperte di uno spesso strato di ghiaccio e di neve,sembravano di gesso,e sulla loro superficie opaca si muovevano i riflessi colorati degli alberi di Natale accesi e le ombre delle persone,come se dalle case volessero mostrare alla gente in srtada le immagini di una lanterna magica riflesse su bianchi lenzuoli.
(B.Pasternak.il dottor Zivago)
Ricordo
ancora il ritorno in città con le strade illuminate di prima sera;l'apparire
delle figure note già,e attese con meraviglia;non ancora famigliari e
consuete.Lo scivolare delle carrozze sopra le vie bagnate,in cui si squagliavano
le luci dei lampioni e quelle giallastre delle botteghe; i passanti freddolosi
e frettolosi sotto l'ombrello e dentro il cappotto:La venditrice di bruciate
ad un crocicchio di strade,sotto l'ombrellone d'incerato verde che le copriva
il barroccio e il fornello dalla grande bocca e le bruciate conservate calde
fra le coltri imbottite.L'atteggiamento e l'aspettativa della venditrice con
lo scaldino sotto il grembiule,i suoi gesti per servire le persone posando lo
scaldino in terra;o per rivoltare le castagne dentro la grande padella,mentre
un colpo di vento faceva volare dalla bocca del fornello uno sciame di faville.
I montanari svizzeri con le facce troppo buone e troppo serie,che,sulla porta
delle botteghe spalancate e tappezzate di teglie,scodellavano polente fumanti
fra un cerchio di ragazzi in acclamazione.I ragazzi avevano un incontenibile
entusiasmo;e ognuno,eccitato,voleva essere servito per primo,avere quel primo
pezzetto di polenta che pareva dovesse essere più buono degli altri.
(A.Palazzeschi.Stampe dell'ottocento)
Una
domenica me ne tornavo a casa per pranzo.La giornata era bella e la neve ancora
alta.Due macchie rosse sulla strada attirarono la mia attenzione:era sangue.Dalle
traccie lasciate mi resi conto che apparteneva ad una lepre che doveva essere
stata investita.Povera bestia,pensai,anche lei ha pagato la sua parte al prograsso.le
traccie continuavano dall'altra parte della strada,per i prati,dove la lepre
si era allontanata tenendo la vita con i denti.La voglia di soccorrerla mi assalì
e decisi di seguire quei segni strani e profondi macchiati di rosso.Discesi
nella valletta e proseguii fino alla sorgente.Era faticoso camminare nella neve
alta ed ero tutto sudato.La lepre si era rifugiata dove gli abeti erano più
fitti.Strisciai fra i rami graffiandomi il viso e le mani,ritrovai le tracce
e,finalmente,tra i grumi di neve ghiacciata la vidi che mi fissava,immobile.Allungai
la mano per sfiorarla ,come per dirle brava,per la resistenza che aveva dimostrato,ma
lei fece uno scatto come se fosse stata colpita da una scossa elettrica e corse
via:
-Vai-le gridai-Cura le tue ferite con il riposo,nel tepore della tua tana e,quando
sarai guarita,torna a saltare spensierata in questi boschi.
La guardai allontanarsi decisa,tra i bassi rami degli abeti,incurante del dolore.
(Rid e adatt.M.Rigono
Stern.Il libro degli animali)
Il tempo si fece freddo.Dal fondo dei burroni il vento saliva con i suoi vortivi gelidi,soffiava di continuo.La notte ,solo nella mia casa,lo ascoltavo:era un grido,un urlo,un lamento.Vennero le pioggie,lunghe,abbondanti,senza fine;che stagnavano nelle valli:le cime dei colli sorgevano da quel biancore ,come isole su un mare di noia.
(C.Levi)
L'inverno vopge al termine;la neve si scioglie sotto i venti tiepidi.I fagiani hanno ricominciato a far sentire i loro stridi quando al mattino volano a terra dagli alberi su cui hanno dormito;le ali sbattono con un suono più lieto e gli scoppi delle loro voci hanno qualcosa di festoso.Le gazze sono affaccendate da mattina a sera,e il giorno si fa sempre più lungo.Si sente più spesso il fischio del merlo,talora prolungato sino al melodioso inizio di una canzone,ma subito interrotto.Sugli alberi strepita il rullo di tamburo del picchio.Il bosco è ancora spoglio:ancora i rami si tendono nudi verso il cielo,ma nei tronchi,negli arboscelli sale la linfa che gonfia le gemme brune.Sul suolo le foglie cadute si sono trasformate quasi tutte in terra grassa:in mezzo fanno capolino i fiori bianchi del bucaneve e,isolate,spuntano fuori,timide,le prime violette.
(F.Salten)
La
neve continua a cadere,lenta,verticale,uniforme,e lo strato bianco si fa più
spesso sugli orli dei davanzali,sulle soglie dei portoni,sui rilievi dei lampioni
neri,sulla strada senza veicoli,sui marciapiedi deserti,dove i sentieri giallognoli
tracciati dai passanti nel corso della giornata,sono già scomparsi.E
di nuovo sta facendo notte.Regolari i fiocchi scendono tutti alla stessa velocità,conservando
la stessa disposizione e le stesse distanze reciproche,come se appartenessero
a uno stesso sistema rigido che si sposta dall'alto in basso con movimento continuo
e lento.Le impronte del passante che cammina a testa bassa,vicino alle case,s'iscrivono
a una a una nello strato uguale,di nuovo intatto,dove le grosse scarpe pià
affondano di almeno un centrimetro.E subito la neve comincia a ricoprirle,una
ad una,restituendo gradualmente il biancore primitivo,l'aspetto vellutato,fragile,sfumando
gli spigoli vivi degli orli,rendendo il contorno via via più incerto...
(Rid.e adatt. A.Robbe-grillet.Nel labirinto)
-Che
cosa hai intenzione di combinare adesso,Jo?-domandò Meg un pomeriggio
nevoso vedendo la sorella attraversare l'ingresso a passi pesanti,in stivali
di gomma,un vecchio paltò a sacco con un cappuccio,una scopa in mano
e una pala nell'altra:
-Vado a muovermi un pò-rispose Jo con un lampo negli occhi.
-Mi sembra che le tue camminate di questa mattina dovrebbero bastare.Fa freddo,fuori...il
tempo è brutto e faresti meglio a startene a casa vicino al fuoco con
me-fece Meg,rabbrividendo.
-Mai ascoltare consigli.Non posso star ferma tutto il giorno,non sono un gatto
e non mo piace dormicchiare davanti al caminetto.Mi piacciono le avventure e
vado a cercarmele.
Meg tornò accanto al fuoco ad arristirsi leggendo"Ivanhoe".Jo,con
grande energia,cominciò a spalare i sentieri.La neve era soffice e ben
presto con la sua pala aprì un passagio tutto intorno al giardino.
(J.M.Alcott,Piccole donne)
Che
strana nevicata,quest'anno,sulle >Montagne Lontane(non cercate queste montagne
sulla carta geografica:non ci sono).Perchè strana?Ma scusate,che cosa
ne dite di una neve gialla?Ebbene sulle Montagne Lontane è caduta una
neve gialla come lo zafferano:Le Montagne sembrano enormi mucchi d'oro.La gente
le guarda e dice:-La neve ha l'itterizia,quest'anno.L'itterizia,come sapete,è
una malattia che fa diventare la pelle gialla come la buccia del limone.La gente
va a dormire e al mattino dopo guarda di nuovo le Montagne Lontane.-Questa è
bella!-dice.Che cos'è accaduto?Sulle Montagne è caduta una neve
rossa come il sangue.E così,per tutto l'inverno,la neve continua a cambiare
colore:una volta cade verde ,e sembra primavera;una volta azzurra,e sembra che
il mare sia salito ad incontrare il cielo poi diventa viola,arancione.E' uno
spettacolo magnifico:la gente si alza al mattino e si domanda:-Di che colore
saranno oggi le Montagne Lontane?.Un mattino la neve è caduta nera:le
Montagne sono vestite a lutto.La gente ha paura:accadrà qualcosa di male?Per
tutto il giorno la gente resta tappata in casa.Adesso i cambiamenti di colore
non divertono più:la gente vuol rivedere la sua vecchia neve bianca.Ma
non la rivede più,perchè il mattino dopo è primavera,e
non c'è più neve sulle Montagne Lontane,ma sole,fiori,e rocce
che splendono come diamanti.
(G.Rodari.fiabe
lunghe un sorriso)
C'era
una volta l'inverno,il pieno inverno con la neve alta,che copriva case,alberi,prati,rocce.Tutti
se ne stavano attaccati al caminetto al calduccio,tranne un povero ragazzo che
dovette uscire perchè in casa non c'era più legna.Fuori la tempesta
infuriava e il freddo era terribile.Raccolse parecchia legna dai rami degli
alberi e pensò di accenderne subito un po' per scaldarsi.Spalò
la neve per sgombrare il terreno e trovò una piccola chiave d'oro.
"Se c'è la chiave,ci deve essere anche la serratura,"pensò,e
scavo ancora.Trovò una cassettina in ottone,tutta intarsiata e ricca
di gemme rilucenti.
"Nel cofanetto ci sono certo cose preziose!"pensò"purchè
la chiave vada bene!"
Non c'era nessun foro dove inserire la chiave.
"Eppure ci dev'essere una serratura."E infatti la trovò,nascosta
sotto un pomello girevole.Allora inserì la chiave e girò:funzionava
perfettamente!Proprio bene:scorreva senza intoppi e faceva agevolmente girare
i cilindretti che aprivano la serratura.
E allora?Ora dobbiamo aspettare che abbia sollevato il coperchio:solo così
conosceremo le meraviglie che c'erano nello scrigno.......
(W.Grimm Tra le fiabe
dei Grimm)
La superficie bianca non presenta tracce di sorta,impronta
alcuna di passi;e la neve ,nella strada deserta,continua a cadere uniforme,verticale
e lenta.Dev'essere notte fatta,ormai,e i fiocchi non debbono vedersi più,fuorchè
nelle zone rischiarate dai lampioni.
Poichè la finestra è situata all'ultimo piano,tutti questi cerchi
di luce debbono sembrare lontani e pallidi,nel fondo della lunga trincea formata
dai due piani paralleli di facciate;così lontani anzi,così tremolanti,da
rendere senz'altro impossibile l'individuazione dei singoli fiocchi:i quali,visti
da quest'altezza,non formano perciò di distanza in distanza che un vago
alone perlaceo,dubbio esso stesso perchè la luce dei lampioni è
molto debole,e ancora più incerta nel chiarore che diffondono tutte queste
superfici biancastre,il suolo,il cielo,la fitta cortina che scende lenta ma
senza interruzione,davanti alle finestre,così fitta da nascondere ormai
completamente lo stabile di fronte,i lampioni di ghisa,l'ultimo passante tardivo,la
strada intera.
(A.Robbe-Grillet.Nel
labirinto)
Bisognava
vederla nascere.Qualche anno fa,di febbraio,ebbi l'occasione di assistere alla
sua venuta.L'aria era annebbiata e sonnolenta;dalla riva dove mi trovavo,la
città sembrava vecchia sotto un velo uniforme di stanchezza;i moli,più
che protendersi decisi nel mare,sembravano emergere fiacchi e galleggiare su
di esso,la collina era grigia ed opaca.
Improvvisamente ,l'orlo della collina cominciò a rischiararsi;la tenda
nebbiosa là sopra si sollevava mostrando una striscia di ceruleo intenso.Non
capivo da principio;ma poi quando vidi la nebbia sopra la città addensarsi,rotolare
e sparire,quando vidi il mare pulirsi e sentii fremere intorno a me l'aria,allora
capii cos'era.Nasceva la bora.Si profilava sul ciglio dei colli e poi d'un balzo
era giù,sulla città e sul mare.Le case acquistavano corpo,si tergevano,s'avvicinavano;i
moli liberavano le loro sagome forti e squadrate dal velo tenero della nebbia:C'era
una freschezza,,un ringiovanimento dappertutto.Eravamo d'inverno e la bora,dapprima
leggera,si faceva sempre più vigoroso.Dopo pochi minuti,già risonava
la sua voce,l'aria s'aggelava del suuo fiato.Quando abbandonai le rive,per rientrare
nelle vie della città,il mare era tutto una schiuma e la voce canora
del vento cresceva in un urlo disteso.Nel sole,sotto un cielo fatto più
netto e presente anche agli occhi sbadati,la bora signoreggia con imperio meno
crudele la città.....
La sostanza del vento è su
tutto e da per tutto,è come un torrente che invade,urla e trascina,scuote
e rumoreggia,dalle calme improvvise e dai vortici rapidosi.
(Rid e adat.G.Stuparich.Pietà del
sole)
Splendeva
su Roma in quella memorabile notte di febbraio,un plenilunio favoloso,di non
mai veduto lume.L'aria pareva impregnata d'un latte immateriale;tutte le cose
parevano esistere d'una esistenza di sogno,parevano immagini impalpabili come
quelle d'una meteora,parevan essere visibili di lungi per un irradiamento chimerico,delle
loro forme.La ne ve copriva tutte le sbarre dei cancelli ,nascondeva il ferro,componeva
un'opera di ricamo più leggera e più gracile d'una filigrana,che
i colossi ammantati di bianco sostenevano come le querce sostengono le tele
dei ragni.Il giardino fioriva a similitudine d'una selva immobile di gigli enormi,congelato;era
un orto posseduto da una incantazione lunatica.Muta,solenne,profonda,la casa
di Barberini occupava l'aria.Un'orologio suonò da presso,nel silenzio,con
un suono chiaro e vibrante;pareva come se qualche cosa di vitreo
nell'aria si incrinasse a ognuno dei tocchi.
(Rid e adat. G.D'Annunzio.Il piacere)
Inverno
romano .Scendevo giù per il viale di villa Borghese che porta al museo
,intanto pioveva a dirotto.Ma si poteva vedere ogni goccia venir giù
rigando di bianco il cielo nero,per via del sole che risplendeva chiaro in fondo
ai boschetti,tra le nuvole che scappavano da ogni parte,luminose.Pioveva e c'era
il sole;se non avessi saputo che era gennaio avrei pensato che fosse marzo,tanto
l'aria era dolce e l'erba,nei sottoboschi,alta,folta,verde.Pioveva a stecche
d'ombrello e il sole risplendeva che pareva d'oro e quell'erba,sotto gli alberi,si
beveva egualmente la pioggia e il sole.Tutto d'un tratto mi sentii felice,con
una gran forza nelle gambe,come se fossi stato un grillo gigantesco,da potere
con un salto salire in cima al tetto del museo che si vedeva in fondo al viale
con la sua bella facciata gialla;e feci davvero il salto aprendo la bocca verso
il cielo e una goccia di pioggia mi cadde dritta nella bocca e mi parve che
mi ubriacasse come se fosse stato un sorso di liquore.
( (A.Moravia.Racconti romani)
Lungo
le due rive del fiume gelato si stendeva la cupa e tetra foresta di abeti,dai
quali il vento aveva appena spazzato il manto di brina.Nella luce crepuscolare
quegli alberi neri e sinistri sembravano inclinarsi l'uno verso l'altro.Un silenzio
minaccioso incombeva sul paesaggio,privo di qualsiasi segno di vita o di movimento
e talmente desolato e freddo da non poter ispirare che un solo sentimento:quello
della più triste malinconia.E nello stesso tempo pareva che da quel paesaggio
trapelasse una specie de riso,un riso ben più spaventoso di qualsiasi
malinconia o tristezza,un riso tragico,come quello di una sfinge,un riso agghiacciante
più della brina:era il Wild,il selvaggio
Wild delle spietatamente gelide terre del nord.
( J.London.Zanna
Bianca)
Moroz,dice
la gente,perchè la radio preannuncia trenta gradi sotto zero.Moroz vuol
dire freddo:domani i bambini di Mosca non andranno a scuola.Quando viene il
Moroz,non si resiste per la strada,il freddo penetra secco,tagliente,Il vapore
si condensa sulle palpebre e sulla bocca in minuti cristalli.Il vento polare
investe Mosca come una cavalcata di ussari e la città sospende il fiato
sotto l'onda gelida.Durante una di queste repentine discese a trenta gradi sotto
zero,frequenti a Mosca d'inverno,mi sono trovato sulla gigantesca via Sadovaia,larga
quasi come la Volga e battuta dalla polvere di ghiaccio.Il centro della strada
è coperto da una lastra di ghiaccio,il consueto gioco fra veicoli aggressivi
e pedoni incerti si fa più crudele.La gente impacciata dai pastrani imbottiti
ondeggia,ma quasi non si muove.Il gielo è incandescente,ogni sagoma diviene
visibile a lunga distanza.Mosca,semideserta e spazzata dal vento,diviene fulmineamente
bella:una città giovane cui brillano gli occhi.Nelle case,le doppie finestre
sigillate non bastano a proteggere la gente.Perfino sui vetri interni si formano
arabeschi di ghiaccio.Nell'interstizio fra un vetro e l'altro,che serve spesso
da frigorifero,la bottoglia d'acqua da tavola va in pezzi.Poi è venuta
la prima neve ed è stato mobilitato l'esercito invernale degli spazzini,donne
e uomini imbottiti come eschimesi,con i loro stivali di feltro e di gomma.Hanno
spalato i marciapiedi.Per vincere il ghiaccio,hanno seminato tonnellate di sale,che
ne logora e ne rende porosa la superficie.Il lavoro continua all'infinito.Di
notte è caduta altra neve,che si è trasformata in ghiaccio.La
gente scivola,i giovani per gioco,i vecchi sul serio.La Moscova torna a ghiacciare.Fino
a ieri i grandi lastroni facevano sentire i loro tonfi lungo le rive,urtando
contro i battelli all'ormeggio e contro i piloni dei ponti.Oggi tutto è
immobile.Il gelo ha vinto la Moscova e anche la Volga e il Don.
(A.Ronchey)
Quell'inverno
fu freddissimo.Il termometro scese a 19 gradi sotto lo zero e gelarono molte
viti.Il ghiaccio delle Cave era diventato duro come la pietra,ma tutte le mamme
e i papà,dopo il fatto accaduto a Natalino,ci vietarono di andare a pattinare.E
noi ci spostammo sull'argine.L'argine si snodava come un serpente lungo il fiume
e faceva da barriera nei periodi di piena,quando le acque impetuose minacciavano
di allagare le cascine e i paesi.Dalla parte del fiume l'argine era molto alto
e ripido,invece dalla parte della cascina era rinforzato da un terrapieno molto
largo,con i fianchi in discesa.Sui fianchi in discesa i ragazzi più grandi
preparavano la pista,larga due metri,con il fondo di neve compressa con i piedi.A
pestare la neve ci andavamo tutti,bambini e bambine.Poi i grandi la lisciavano
con i badili e alla sera vi buttavano sopra molti secchi d'acqua ,così
il gelo della notte la rendeva liscia e dura come cristallo.Il mattino dopo,senza
giacca,con un maglione e la sciarpa attorno al collo e una cuffia di lana in
testa,ci lanciavamo giù dall'argine in discesa libera.Con l'asse da bucato
dele nostre mamme dacevamo la slitta e si slittava da cima a fondo.Sembravas
di volare.Il freddo non si sentiva più,anzi si sudava e al rientro le
mamme ci infilavano la mano nella schiena:se eravamo molto sudati ci facevano
asciugare alla fiamma del focolare.
(rid. M.Lodi.I bambini della cascina)
La
cicala,avendo cantato per tutta l'estate,si trovò senza provviste quando
venne l'inverno:neppure un bocconcino di mosca,o un vermicino.Andò a
piangere per la fame presso la formica,sua vicina di casa,pregandola di prestarle
qualche granello per sopravvivere sino a primavera.-Ti pagherò-le disse-prima
di agosto,parola di animale,tutto e in più gli interessi.
Ma la formica è una che non fa prestiti:quello è il suo difetto
più piccolo.
-Che cosa facevi tu nella bella stagione?-chiese alla cicala che le chiedeva
il prestito.
-Notte e giorno,a tutto andare,io cantavo,se non ti dispiace.
-Tu cantavi? Mi fa molto piacere:ebbene,ora balla!
(J de la Fontaine)
Una
notte,alla fine di gennaio,l'inverno fece un'improvvisa incursione penetrando
attraverso l'apertura dell'orrido e risalendo per la valle.Sul fiume branchi
di anatre e di oche nuotavano all'impazzata scuotendosi la neve di dosso,e il
lungo banco di sabbia che si distendeva in mezzo al fiume era tutto circondato
da altri gruppi di palmipedi.Quek condusse lo stormo in fila lungo la sponda
dell'isolotto,incrociando un branco di anatre che costeggiava la riva destra
del fiume.Il capostormo delle anatre,un poderoso maschio dal collo azzurro,ogni
tanto gettava uno sguardo inquieto sulla riva vicina e a bassa voce avvertiva
i suoi di stare all'erta,come se presentisse un pericolo,in quella calma mattinata
nevosa.Tutto era tranquillo ed immobile,il manto candido non era macchiato da
nessuna ombra sospetta,nessun moto turbava il sonno della natura.La selvaggina
era rintanata nei covi segreti,gli uomini nelle case.
Ad una curva del fiume,in prossimità della foce,gli animali si fermarono
per raggrupparsi meglio.Quek si volgeva intorno inquieto,agitando le ali appena
,come se volesse spiccare il volo.Ad un tratto il suo sguardo si posò
per caso su un fitto cespuglio di rovi che rasentava la riva e gli parve di
vedere il movimento di un grosso corpo acquattato .Allora seppe che erano caduti
tutti in trappola.Un fischio acuto ruppe il tacito mormorio della corrente e
dalla riva cominciarono a sibilare le pallottole.Pam! Pam!Pam!
(Rid e adatt.S.Bulajic.Carovana alata)