ESTATE.Narrativa
Nella
bella stagione era naturale che si viaggiasse di più.Ad un certo punto
della strada si vedeva,su un costone,il prato dei papaveri.Un campettto incolto,sassoso,fiammeggiante
di papaveri nella luce del mattino.Papà si arrampicava fin lassù
e coglieva un mazzo di papaveri per me; i papaveri erano stati una passione
molto antica.Da piccolissimo li chiamavo"ci-ucci".Provavo,al vederli,come
un'esaltazione,fremevo tutta.Papà trattava con rispetto quel genere di
passioni de me bambina;non mi prendeva in giro.
(L.Romano.La
penombra che abbiamo attraversato)
Ieri
Roberto ha aperto il cassetto della scrivania e ha allineato sul tavolo una
chiave,un sasso,una conchiglia ancora odorosa di mare.Ciascuna di queste cose
richiama alla mente di Roberto qualche momento felice dell'estate ormai finita.Con
la chiave in mano,rivede se stesso all'atto di aprire o chiudere il lucchetto
della sua bicicletta:quante corse con il viso alzato contro il vento!Il sasso
gli ricorda il torrente,l'acqua trasparente tra i ciottoli e il momento in cui
aveva gridato:-Ho trovato un sasso meraviglioso!
R icorda l'amico che,interrompendo il gioco gli era venuto vicino incuriosito.Infine,tenendo
la conchiglia tra le mani,Roberto ripensa al mare, al sole,ai giochi sulla spiaggia,al
rumore delle onde,al volo dei gabbiani.
-Vorrei essere un pesce e girare per tutto il mare-aveva detto alla madre mentre
osservava i pesciolini che nuotavano velocemente.
Roberto ripone la chiave,il sasso,la conchiglia odorosa di mare....In ogni momento
potrà aprire il cassetto e ritrovare i ricordi dell'estate.
(E.Menegatti
.L'albero verde)
Tutti
gli altri fiori dell'estate lo guardavano con disprezzo e non lo volevano vicino,per
paura che la sua bruttezza fosse loro di danno.Gli animali del cortile,conigli,galline
e persino i pulcini,lo schernivano e lo chiamavano"brutto sgorbio".Il
povero fiore soffriva di quel disprezzo,ma non si lamentava,taceva e guardava
il sole,che amava e ammirava con tutte le sue forze.Il sole se ne accorse e
decise di premiarlo.Un giorno volse i suoi raggi splendenti al suo umile ammiratore
e alcuni di questi raggi rimasero attaccati alla corolla di bronzo ,circondandola
di una stupenda aureola d'oro.
Allora il fiore crebbe,crebbe al di sopra degli altri suoi compagni,proteso
varso il sole.
-porterai il mio nome-gli disse il sole-e sarai il mio amico prediletto.Con
i tuoi petali d'oro gli uomini tingeranno i loro abiti,con i tuoi semi si nutriranno
gli uccelli.Anche il tuo olio sarà utile e ricercato.
Così nacque il girasole.
(Rid e adat.M.Spano.Enciclopedia
della fiaba)
Rivachiara
Rivachiara era un luogo tranquillo e ameno(una
manciata di case,metà recenti,metà antiche,disseminate sul cono
d'una verde collina)e soprattutto era un luogo di villeggiatura estiva.La fortuna
del nostro paese derivava interamente dalle sue attrattive naturali,come ed
esempio le sue mille sorgenti di acqua purissima,zampillanti nei boschi..Un'unica
strada saliva a tortiglione dalla pianura fino in cima alla collina.Le case
dei villeggianti,le pensioni e i ristoranti caratteristici erano distribuiti
lungo questa spirale d'asfalto,mentre proprio sulla cima della collina sorgevano
gli edifici più antichi del paese.Là in cima,oltre ad alcune case
d'abitazione,c'era la chiesa col campanile,e non mancavano nemmeno la scuola
elementare e il monumento degli alpini.Ed era tutto.
(Rid e adat.
E:Scialla.Storia di Bull come Bulldog)
Era
stato un temporale orribile;dopo mezzogiorno,d'agosto.I lampi erano così
fitti che non sifaceva in tempo a respirare e a segnarsi.La mamma ers seduta
sulla sua poltrona,io m'ero messo in ginocchio con la testa sopra lei.Le sue
mani mi tappavano gli orecchi.Ma non avevo il coraggio di chiudere gli occhi
e piangendo,senza muovermi da quella posizione,mi segnavo.
Il bosco,vicino alla casa,quasi sopra il tetto,rumoreggiava con il vento e la
grandine.Si era fatto così oscuro,che la donna aveva acceso la lucernina
d'ottone mettendola in mezzo alla tavola.La grandine,sempre più grossa,empiva
il davanzale della finestra e la campagna pareva tutta bianca.Finalmente i tuoni
si fecero sempre più lontani;l'aria tornò serena.Lampeggiava ancora
sopra la città,ma,dalla parte opposta,era appeso l'arcobaleno,così
dolce!Riaprimmo le finestre e poi le porte,per uscire.
(F.Tozzi)
Il
sentiero serpeggiava tra i campi,rinforzato da muriccioli.Ecco la striscia coltivata
a ceci,pallidi dentro le loro bucce puntute;ecco le siepi di grossi pomodori
lungo il solco umido,ecco un campicello che semberava di narcisi ed era di patate,ecco
le cipolline tremule alla brezza,ecco i cavoli solcati dai bruchi verdi luminosi.Nugoli
di farfalle bianche e giallognole volavano di qua e di là,posandosi,confondendosi
coi fiori dei piselli:le api ronzavano lungo i muriccioli,come dorate dal polline
dei fiori su cui si posavano.
Una fila di papaveri s'accendeva tra il verde monotono del campo di fave.
E un silenzio pesante e odoroso scendeva con le ombre dei muriccioli e tutto
era caldo in quell'angolo di mondo recinto dai fichi d'India come da una muraglia
vegetale.Fra una canna e l'altra,sopra la collina,le nuvole passavano bianche
e tenere come veli.
(Rid. e adatt.G.Deledda;Canne
al vento)
Ero
ancora in viaggio con il mio furgone:Il vento caldo alzava nubi di polvere dai
campi riarsi,gli aghi di pino sembravano secchie e le foglie degli alberi non
facevano abbastanza ombra.Mi ero dimenticato di riempire la borraccia e mi rimanevano
poche sorsate di acqua calda e stantia.Speravo di incontrare una fontanella
o un chiosco di bibite,ma la strada era un'infinita distesa di campi bruciati
dal sole.
Come un miraggio,improvvisamente,apparve un cartello:POZZO ARTESIANO:Mi fermai.In
una fresca macchia di pini.Da un grosso tubo scrosciava,tra felci e mischi,un
argenteo getto d'acqua che in pochi istanti mi riempì la tanica.strappandomela
quasi di mano.Subito me ne scolai un'intera borraccia,a grandi sorsate,fino
a farmi mancare il respiro.Misi poi la testa sotto quel getto:mi scrollai vigorasamente
per togliermi l'acqua di dosso.Non ho mai bevuto l'acqua proveniente da nevi
di mille anni fa,ma non riesco a immaginarla migliore dell'acqua bevuta in mezzo
a quei pini.Appena fuori dall'ombra dei pini faceva molto più caldo.L'afa
durò fino a sera.
(W.Least
Heat-Moon,Strade blù)
Durante
le sue prime settimane in ospedale Inman non riusciva quasi a muovere la testa;l'unica
cosa che potesse tenergli occupata la mente era guardar fuori dalla finestra
e illudersi di vedere il paesaggio verde che circondava casa sua.I luoghi della
sua infanzia:l'umida sponda del ruscello su cui crescevano arbusti senza foglie,l'angolo
di prato che si riempiva di bruchi marroni e neri.Evidentemente la finestra
voleva solo fargli ricordare il passato.Aveva guardato fuori da quella finestra
per tutta una fine estate così calda e umida che,di giorno e di notte,l'aria
sembrava filtrata attraverso uno strofinaccio da cucina;era tanto impregnata
di umidità da conferire un odore acido alle lenzuola pulite e da far
spuntare minuscoli funghi neri sulle pagine del libro che teneva sul comodino.Dopo
tanti giorni di osservazione,gli pareva che la finestra aperta su quella vista
gli avesse ormai detto tutto ciò che aveva da dire.Quel mattino estivo
,invece,gli riservò una sorpresa,riportandogli alla mente il ricordo
perduto di quando,a scuola,era seduto accanto ad una finestra simile che inquadrava
un paesaggio di pascoli e bassi crinali verdi che si alzavano gradualmente verso
il possente rilievo della Cold Mauntain.Era settembre. Nel prato al di là
del campo giochi della scuola l'erba era arrivata all'altezza della vita e in
cima stava ingiallendo;andava tagliata al più presto.
(rid.da
C.Frazier.Ritorno a Cold mountain )
Dorothy
viveva nel cuore delle grandi praterie del Kansas con lo zio Enrico che faceva
il fattore e la zia Emma che era sua moglie.Avevano una casetta piccina,perchè
il legno per costruirla aveva dovuto essere trasportato su un carro per miglia
e miglia.Se Dorothy si metteva sulla soglia di casa e si guardava intorno,non
vedeva altro che l'immensa prateria.Non un albero,non una casa che interrompesse
la vasta distesa della campagna onvunque confinante con l'orizzonte.Il sole
estivo aveva talmente bruciato il terreno arato da indurirlo come una grande
massa grigia,screpolata da sottili fessure.Nemmeno i prati erano verdi perchè
il sole aveva inaridito le cime dei lunghi fili d'erba così da non lasciare
scorgere nulla all'infuori dello stesso color grigio dappertutto.Un tempo la
casetta era stata dipinta di fresco,ma il sole aveva disseccato la vernice e
le piogge l'avevano lavata via,tanto che la casa era ormai diventata triste
e grigia come tutto il resto.Un giorno lo zio Enrico stava seduto sull'uscio
di casa e fissava preoccupato il cielo più grigio del solito.Dal lontano
Nordo si udì il cupo ululato del vento,e Dorothy e lo zio Enico videro
l'erba alta ondeggiare all'approssimarsi dell'uragano.Ad un tratto echeggiò
nell'aria un fischio acuto proveniente dal Sud e,volgendo lo sguardo,videro
che l'erba nei prati si increspava anche in quella direzione.Lo zio Enrico si
alzò di scatto:
-Sta per venire un uragano,Emma-esclamò rivolto alla moglie-vado a guardare
le bestie.E corse nella stalla dove riposavano le mucche e i cavalli.
(rid e adatt.
L.Baum. Il mago di Oz)
Era
estate ,quando la vampa del sole mette in gola l'arsura.Un leone e un cinghiale
vennero a bere a una piccola fonte.Cominciarono subito a litigare su chi dovesse
bere per primo e si azzuffarono a morte .A un tratto,essendosi rivoltati indietro
per pigliare fiato,videro degli avvoltoi che aspettavano il primo caduto per
divorarlo.Allora ,deposto l'odio:-Meglio diventare amici-dissero-che servire
di pasto ad avvoltoi e corvi.-
(Esopo)
Nei
primi giorni d'estate,gli alberi,silenziosi sotto l'azzurro cielo, stendevano
le braccia a ricevere il calore vivificante del sole.Sulle siepi,sui cespugli
delle forre sbocciavano fiori,stelle bianche,rosse,gialle.Su più di un
arbusto già cominciavano a rapparire le gemme dei frutti,che coprivano
le cime sottili dei rami,tenere,salde e risolute come piccoli pugni chiusi.Dal
suolo sorgevano fiori variopinti,d'ogni sorta,sì che nella penombra della
foresta esso risplendeva in una silenziosa e fervida letizia di colori.Dappertutto
si sentiva un odore di fronde fresche,di fiori,di zolle umide,di legno verde.Dall'alba
al tramonto tutto il bosco risuonava di mille voci,da mattina a sera nell'odorosa
solitudine cantavano e ronzavano api,vespe, calabroni.In quei giorni Bambi visse
la sua prima fanciullezza.Seguiva la madre sullo stretto sentiero che attraversava
la boscaglia.Com'era piacevole camminare in mezzo agli alberi!Il folto fogliamo
gli carezzava i fianchi,si piegava docilmente da parte.Il cammino sembrava ad
ogni passo impedito,sbarrato,eppure il piccolo avanzava con la massima facilitàTutto
il bosco era percorso da sentieri simili in ogni direzione.La madre li conosceva
tutti ,e quando Bambi a volte si fermava davanti ad un intrico di sterpi come
se si fosse trattato di un verde muro impenetrabile,la madre trovava sempre
senza esitazioni e ricerche il punto in cui s'apriva una strada.
(F.Salten.Bambi)
Il
solleone d'agosto saliva all'orizzonte fin dalle cinque del mattino e ,nella
Beauce,il grano maturo si stendeva sotto un cielo di fiamma.Dopo gli ultimi
acquazzoni estivi,la distesa verdeggiante,crescendo,aveva preso, a poco a poco,un
color giallo.Era adesso un mare biondo,incendiato,in cui sembrava riflettersi
l'aria incandescente,un mare in cui,al minimo soffio d'aria,ondeggiavano marosi
infuocati.Soltanto grano,non una casa nè un albero si scorgevano;grano
a perdita d'occhio!Talvolta,nella calura le spighe sembravano ristare in una
calma plumbea,l'odore della fecondità s'innalzava esalando dalla terra.Davanti
a questa distesa gigantesca di messi,l'ansia sorgeva che l'uomo non potesse
mai giungere a scorgerne il limite,lui col suo corpo minuscolo,simile,di fronte
a tanta immensità,a quello di un insetto.
(E.Zola.La terra)
La
campagna e le colline parevano squagliarsi con quel tremolio di vapore rasoterra:se
durava così,se non pioveva,qualche giorno potevano bruciarsi.D'estate
scoppiavano sempre i fuochi nei terreni scapoli e con le stoppie e,s'avveniva
di notte, lo scirocco che tirava sul paese,la luna malata,rossa e fosca rasente
i canali delle case,si dormiva sui mattoni per il soffoco che c'era.Filippo
buttò il mozzicone e si rivoltò a faccia sotto.Era il più
bruciato,la nuca affumicata e il solco della schiena nero come una serpe;o forse
lo sembrava perchè immerso dentro l'erba gialla.Ora s'erano messi i colombi
a mormorare,monotoni,insistenti,lassù,in fila sopra la grondaia del casotto,a
muovere a scatti la testina e guardarci con l'occhietto tondo.Il carrubo gettava
un 'ombra grande e fitta ma,a mettersi là sotto dall'istituto ci avrebbero
scoperti.Era vana quella bella frescura,quel riparo in mezzo alla campagna:mi
vedevo buttato , la testa vicina al tronco,a stare a dormire fino al tramonto.Così
rugoso e scuro,così contorto,il carrubo l'avevo sempre pensato venuto
dall'oscurità del tempo,che affondasse le radici al centro della terra;e
il tronco mi pareva di tufo e i frutti di carbone.
(V.Consolo.La
ferita dell'aprile)
I
rumori della città che le notti d'estate entrano dalle finestre aperte
delle stanze di chi non può dormire per il caldo,i rumori veri della
città notturna,si fanno udire quando ad una certa ora l'anonimo frastuono
dei motori dirada e tace,e dal silenzio vengono fuori discreti,nitidi,graduati
secondo la distanza,un passo di nottambulo,il fruscio della bici di una guardia
notturna,uno smorzato lontano schiamazzo ed un russare ai piani di sopra,il
gemito di un malato,un vecchio pendolo che continua ogni ora a battere le ore.Finchè
comincia all'alba l'orchestra delle sveglie nelle case operaie e sulle rotaie
passa un tram.Così una notte Marcovaldo,tra la moglie e i bambini che
sudavano nel sonno ,stava ad occhi chiusi ad ascolatare quanto di questo pulviscolo
di esili suoni filtrava giù dal selciato del marciapiede per le basse
finestrelle,fino in fondo al suo seminterrato.Ma nella notte calda quei rumori
perdevano ogni spicco,si facevano come attutiti dall'afa che imgombrava il vuoto
delle vie,eppure sembrava volersi imporre,sancire il proprio predominio su quel
regno disabitato.
La popolazione per undici mesi all'anno amava la città che guai a toccargliela;ad
un certo punto dell'anno cominciava il mese di agosto.Ed ecco si assisteva ad
un cambiamento di sentimenti generale..Alla città non voleva più
bene nessuno:gli stessi greattacieli e sottopassaggi pedonali e autoparcheggi
fino a ieri tanto amati erano diventati antipatici ed irritanti.la popolazione
non desiderava altro che andarsene al più presto:e così a furia
di riempire treni e ingorgare autostrade,al 15 del mese se ne erano andati proprio
tutti.Tranne uno:Marcovaldo era l'unico abitante a non lasciare la città.
(Adatt.I.Calvino.Marcovaldo)
Una
sera,era d'estate,tornavo solo dalla caccia,in calessino;la mia brava giumenta
trottava svelta sulla strada polverosa,sbuffando ogni tanto e movendo gli orecchi;il
cane,stanco, non si staccava d'un passo dalle ruote posteriori.S'avvicinava
un temporale.Davanti a me un'enorme nube violacea si alzava lenta al disopra
della foresta;sopra di me e intorno a me correvano lunghe nuvole grigie;i salici
bianchi si agitavano inquieti.Alla calura afosa era subentrato improvvisamente
un freddo umido;le ombre s'infittivano rapidamente.Percossi il cavallo con le
redini,mi cali in un burrone,attraversai un torrente asciutto tutto coperto
di salici,risalii la costa ed entrai nella foresta.La strada serpeggiava tra
folti cespugli già immersi nell'oscurità;procedevo a stento.Di
botto un vento violento rombò in alto,gli alberi si agitarono,grosse
gocce do pioggia picchiarono bruscamente,martellando le foglie ,un lampo guizzò
e si scatenò il temporale.La pioggia cadeva a dirotto.Andavo al passo
e presto fui costretto a fermarmi.Mi rifugiai sotto un largo cespuglio e rannicchiamdomi
e comprendomi il viso con le mani,aspettavo pazientemente la fine del maltempo.Ad
un tratto , al bagliore d'un lampo mi parve di scorgere sulla strada un'altra
figura umana.Mi misi a guardar fisso la quella parte:la stessa figura rispuntò
accanto al mio calesse.-Chi è?-chiese una voce squillante.-E chi sei
tu?-risposi-Sono il guardiaboschi.Poi dissi il mio nome.
(I.Turgenev.Memorie
d'un cacciatore)
Una passeggiata nel Gran Paradiso
L'ultimo
giorno di scuola Danilo si avviò sulla strada che da Cogne si dirige
alla vicina Valnontey.Vi giunse prima del previsto.Entrò in casa ,si
cambiò d'abito ,prese lo zaino e si avviò verso Lauson.Era già
tardi e , col peso non indifferente che aveva sulle spalle non sarebbe arrivato
sù in meno di due ore e mezzo.Attaccò la mulattiera che sale verso
la montagna,attraverso un bosco rigoglioso di larici e pini.Ogni volta che Danilo
iniziava il cammino verso Lauson non poteva fare a meno di guardarsi attorno,respirando
benessere e aria pura.Il sentiero era abbastanza agevole e procedeva tra le
fitte piante del bosco con continui e brevi tornanti.Partendo dal ponte,aveva
davanti il ghiacciaio della Tribolazione,uno dei tanti che fanno parte del gruppo
del gran Paradiso,luccicante sotto il sole e con le parti in ombra completamente
turchine.Il torrente attraeva irresistibilmente il suo sguardo ed egli ne immaginava
il percorso gonfio ed impetuoso fino alla confluenza con la Dora Baltea.Danilo
era abituato alla montagna e quel sentiero che lo portava al casotto,dove suo
padre svolgeva la sua attività di guardiaparco in località Lauson,lo
aveva percorso fin da quando era piccolino.Giunto al nevaio si fermò
a mangiare un panino.Man mano che saliva lo accompagnava il canto degli uccelli
,il bosco si diradava e i raggi del sole non più trattenuti dal fogliame
lo colpivano in pieno.Era quasi arrivato;ormai si avvicinava ai duemilacinquecento
metri e il calore del sole gli dava una piacevole sensazione.Era giunto al casotto
prima di quanto pensasse.Di nuovo l'aria fina di quelle altitudini gli accarezzò
le guance,gli solleticò le narici e le labbra ed egli l'aspirò
ad occhi chiusi e bocca aperta con evidente benessere......Ah...l'estate in
montagna...
(Rid e adatt.C.Morrone.Scappa,Bouc,scappa)
Trascorsi
la notte nei sobborghi di Alexandria e la mattina mi misi in viaggio per Washington.Me
la ricordavo,ai tempi della mia infanzia,afosa,sporca,assordata dai martelli
pneumatici. A quel tempo c'era la calura tipica di tutte le città americane
prima dell'avvento dell'aria condizionata.La gente passava ogni momento della
giornata estiva nella ricerca spasmodica di un attimo di sollievo asciugandosi
il viso con enormi fazzoletti,ingollando bicchieroni gelati di limonata,sostando
pigramente davanti ai frigo aperti,o restando fiaccamente seduta davanti ai
ventilatori.Anche di notte non v'era tregua.Solo all'aria aperta,dove ogni tanto
si poteva incappare in una bava d'aria,la canicola era tollerabile ma all'interno
il calore non scemava.Un'afa stagnante:sembrava di vivere in un forno.Mi ricordo
che,in agosto,giacevo,sveglio,sul letto in un hotel del centro e ascoltavo i
rumori che entravano dalla finestra.Il mondo,naturalmente è molto cambiato
da allora:se adesso ti capita di star sveglio in un albergo,non senti più
i rumori della città.Tutto quello che senti oggi è il soffocato
ronzio del condizionatore:così l'aria è pulita e fresca,anche
in agosto,come una camicia di bucato.
(B.Bryson .America perduta)
Io
vissi sempre in campagna nella bella stagione,da giugno a ottobre,e ci venivo
come ad una festa.Ero un ragazzo,e i contadini mi portavano con loro ai raccolti-i
più leggeri,far su fieno,staccare l'erba medica,vendemmiare.Non a mietere
il grano,per via del sole troppo forte;e a guardare l'aratura ad otobre mi annoiavo
perchè,come tutti i ragazzi preferivo,anche nel gioco e nella festa,le
cose che rendono,le raccolte,le ceste piene.I giorni che non c'era raccolto,me
ne stavo a girare per la casa o per i beni,tutto solo, e cercavo la frutta o
giocavo con gli altri ragazzi a pescare nel Belbo.In tutto quello che facevo
mio davo importanza,e pagavo cos' la mia parte di lavoro al prossimo,alla casa
e a me stesso.Perchè credevo di sapere cosa fosse il lavoro.A quel tempo
ero convinto che ci fosse differenza tra uscire la mattina avanti giorno in
un campo davanti a colline pestando l'erba bagnata,e attraversare di corsa marciapiedi
consunti,senza nemmeno il tempo di sbirciare la fetta di cielo che fa capolino
sulle case.
(Adatt. C.Pavese.Racconti)