AUTUNNO.Narrativa
L'altro
giorno me ne andavo in giro per i campi.Era presto e mi meravigliavo ,come sempre,dello
splendido silenzio dell'alba.Ed ecco,avvicinandomi alle stoppie del granoturco
già secche,sento un pigolio insistente.Il campo,arato a metà,era
pieno di uccelli.Da una perte,dove le stoppie alzavano ancora il loro fusto
vuoto,c'erano le pernici.Fra le zolle fresche dell'aratura autunnale c'erano
invece le allodole.Le pernici stavano spigolando,come loro abitudine:beccavano
velocemente i chicchi caduti durante la mietitura.Le pernici quindi si mantenevano
tutte nella zona che il contadino non aveva ancora arato,perchè lì
trovavano gli ultimi chicchi di mais.Le allodole invece,che preferiscono vermetti,larve,insetti
che vivono nella terra,cercavano il cibo nella zona dissodata di fresco,proprio
perchè l'aratro aveva portato in superficie tutte quelle bestioline che
per le allodole sono un cibo sopraffino.
(Rid e adat S.Pisu.Autunno)
Ecco
come ho visto i ricci fare la raccolta delle mele.Una sera d'autunno,quando
era già buio,ma splendeva luminosa la luna,sono andato con un altro ragazzo
in un campo pieno di alberi da frutta,specialmente di meli.L'aria era calma
e il silenzio era interrotto,a tratti,dal verso di qualche uccello notturno.Ci
siamo nascosti in un cespuglio controvento.Ecco ,ad un tratto,sbucano i ricci,cinque,due
più grossi e tre più piccolini.In fila indiana si sono avviati
verso i meli,hanno girellato fra l'erba e poi si sono messi al lavoro:aiutandosi
con i musetti e le zampe,facevano ruzzolare le mele,che il vento aveva staccato
dagli alberi,e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto,vicine l'una all'altra.Ma
le mele giacenti per terra si vede che non bastavano;il riccio più grande,col
muso per aria,si guardò attorno,scelse un albero molto curvo e si arrampicò,seguito
da sua moglie.Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi ritmicamente:i
loro movimenti si comunicarono al ramo,che oscillò sem pre più
spesso con scosse brusche e molte altre mele caddero per terra.Una accanto all'altra
,con piccoli tonfi.Radunate anche queste vicino alle altre,tutti i ricci,grandi
e piccoli,si arrotolarono con gli aculei irti e si sdraiarono sui frutti,che
rimanevano infilzati:c'era chi aveva poche mele infilzate,ma i ricci più
grandi erano riusciti a infilzare sette o otto mele ciascuno.
(Rid e adatt.A:Gramsci.Lettere dal carcere)
S'apriva
appena il più bel giorno d'autunno.Io salutavo ad ogni passo la famiglia
dei fiori e delle erbe che a poco a poco alzavano il capo chinato dalla brina.Gli
alberi,sussurrando,facevano tremolare contro la luce le gocce trasparenti della
rugiada,mentre i venti dell'aurora asciugavano l'umidità della notte.Intanto
spirava l'aria profumata delle esalazioni che la terra mandava dalle valli e
dai monti al sole,ministro maggiore della natura.Io compiango lo sciagurato
che può destarsi muto,freddo a guardare tanti benefici senza sentirsi
il cuore colmo di riconoscenza.
(U.Foscolo)
Il
cielo era tutto sereno:di mano in mano che il sole s'alzava dietro il monte,si
vedeva la sua luce scendere giù per i pendii e nella valle.Un venticello
d'autunno,staccando dai rami le foglie appassite del gelso,le portava a cadere,qualche
passo distante dll'albero.A destra e a sinistra,nelle vigne,sui tralci ancora
tesi,brillavano le foglie rosseggianti a varie tinte;E la terra,lavorata di
fresco,spiccava bruna e distinta nei campi di stoppie biancastre e luccicanti
dalla guazza.
(A.Manzoni)
In
quei giorni,noi ragazzi eravamo dal primo mattino in campagna a cogliere l'uva
nei filari e ammucchiare i grappoli dentro le ceste.Le contadine-questo era
sempre un lavoro di donne-con la punta delle forbici ripulivano gli acini vizzi,acerbi
o macchiati,prima di buttarli in un'altra tinozza.Oppure,noi passavamo la giornata
in cantina a pigiare l'uva.Naturalmente,prima di salire anche noi a pigiare
l'uva,dovevemo,come i contadini,lavarci i piedi nelle conche di rame:ma dopo
che godimento saltellare e affondare sino a metà polpaccio in quei cumuli
di chicchi ancora caldi di sole,cantando e ridendo!Mentre i contadini continuavano
per l'intera giornata,noi presto ci stancavamo,appunto perchè per noi
si trattava di un divertimento e non di un lavoro.Le caviglie nude grondavano
polpa e succo,alle dita dei piedi restava impigliato un raspo o una pellicola
e di nuovo bisognava lavarsi:Tutta la nostra infanzia,in quegli anni,in quella
stagione lontana,rassomigliava a un gioco,in quella casa di campagna che poi
fu venduta,anni dopo,e che è restata per noi la casa dei sogni.
(M.Prisco)
Venne
la nebbia.Venne una sera quasi improvvisamente,e pareva fosse nata dal fiume.Le
persone che andavano per le strade si sentirono più sole nell'oscurità
prematura dove le cose e gli altri uomini apparivano sfumati e si perdevano
presto.Durò due settimane.Si levava prima del tramonto e divantava spessa
durante la notte ed era dura a disperdersi il giorno dopo.Si attaccava alle
case,ai campanili,agli alberi,per non farsi sciogliere dal sole.E qualche giorno
di sole non riusciva a scioglierla e non appariva.Non si vedeva niente,e la
città pareva isolata in un mondo misterioso fatto di foschia bianca.I
rumori avevano un suono sordo che andava lontano.Così più a lungo
si potevano sentire gli autocarri per le strade della periferia,e i treni che
correvano nella pianura.
(G.Berto)
In
una vigna si vendemmia:l'uva bianca e l'uva nera passano dalle mani delle ragazze
che le mondano dagli acini secchi e guasti e ne riempono ceste e bigonce. Ronzano
vespe e mosche ubriache.Il sole scotta ancora:le ombre nel meriggio sono brevi,raccolte
ai piedi dei tronchi ,nascoste nelle siepi.frullano per ogni dove,pazzi di gioia,schiere
d'uccelli:anche per essi è tempo di vendemmia.Da una vigna all'altra,i
canti si chiamano,si rispondono,taciono;e si sente un'accetta battere su un
tronco,nel bosco vicino.Poi il rumore d'un carro,le voci del paese dalle aie,un
fischio lontano.Il giorno sembra che si riposi su se stesso,adagiato in una
calma dorata,un tempo che sembra fermo,come uno specchio.
(rid. e adatt.G.Titta
Rosa.Il sole in Lombardia)
I
grandi calori andavano passando,in quel settembre avanzato,e cedevano al trimo
fresco precursore dell'autunno.I venti mutavano direzione,non portavano più
arsura,ma un vago odore marino e i tramonti allungavano per delle ore le loro
strisce di rossi.Erano tramonti lentissimi,pieni di tutti i colori più
meravigliosi:il rosso del fuoco passava all'arancione,al giallo e a uno strato
verde marino pieno d'incanto,al viola dei fiori,chiaro chiaro come le prime
violette di primavera,e poi sempre più cupo e notturno.Sulla mia terrazza
il cielo era immenso,pieno di nubi mutevoli:mi pareva di essere veramente sul
tetto del mondo.
(Rid e adatt. C.Levi.Cristo si è fermato ad Eboli)
Quando
mi disposi a proseguire il viaggio,nel cielo burrascoso veleggiavano nastri
di nubi sfrangiate,grigie e lilla e mi accolse un forte vento.Fui presto sul
crinale della collina.Man mano che salivo,il vento aumentava:Poco dopo mezzogiorno,mi
fermai a riposare nel punto più alto di quel sentiero,mentre il mio sguardo
volava sull'immenso paesaggio che si estendeva intorno a me.
C'erano montagne verdi e,più lontano,montagne azzurre coperte di boschi
e gialle montagne rocciose,colline dalle mille pieghe.
Ai miei piedi,in tutta la sua estensione,il grande lago,azzurro come il mare
e punteggiato dalla schiuma bianca delle onde,con due vele solitarie che scivolavano
curve;sulle sponde verdi e marroni,gialli vigneti fiammeggianti,boschi variopinti,bianche
strade maestre,villaggi di contadini tra gli alberi da frutto,villaggi di pescatori,città
turrite,chiare e scure.Sopra tutto,a spazzare via quelle nuvole grigiastre,tra
brandelli di un cielo limpidissimo,raggi di sole disposti a ventaglio sulle
nubi.
(H.Hesse,Pellegrinaggio
d'autunno)
La
foresta era grande e fitta di alberi frondosi.Era novembre.In quel periodo dell'anno,di
solito faceva freddo e qualche volta nevicava;quel novembre,però,era
relativamente caldo.Le notti erano fresche e ventilate ma,la mattina,appena
spuntava il sole,l'aria si riscaldava.Si poteva credere di essere ancora in
estate,se non fosse stato per il fatto che il suolo era coperto di foglie:alcune
erano dorate,altre gialle come lo zafferano,alcune rosse come il vino,altre
multicolori.Le foglie erano state strappate dalla pioggia e dal vento e adesso
formavano un folto tappeto sul sottobosco.Sebbene la loro linfa si fosse prosciugata,emanavano
un profumo piacevole.Penetrando attraverso i rami,il sole le illuminava e i
vermi e le mosche sopravvissute chissà come alle tempeste autunnali vi
strisciavano sopra.Lo spazio tra le foglie e il suolo costituiva un ottimo nascondiglio
per grilli,topi di campagna e moltre altre creature,che cercavano protezione
nella terra.Gli uccelli che non migrano nei paesi caldi per l'inverno,se ne
stavano appollaiati sui rami spogli,saltellavano cinguettavano e andavano in
cerca del cibo che la foresta poteva offrir loro in questo periodo dell'anno.
(I.Singer,Ole
e trufa,storie per bambini)
Una
bella mattina di ottobre,il maestro condusse tutta la scolaresca a fare una
gita in campagna.Ad un certo momento,il maestro fece fermare gli alunni sul
limite di un campo,dove un contadino stava arando.
-Vedete ragazzi-spiegò il maestro-i buoi tirano l'aratro che apre i solchi
e rivolta la terra.In essa.poi,verrà gettato il seme.Quando le spighe
saranno mature,il contadino le raccoglierà e le trbbierà.Resteranno
puliti puliti i chicchi di grano.Questi,portati al mulino,diventeranno bianca
farina.la farina verrà poi impastata e lavorata dal panettiere.Finalmente
messo nel forno,l'impasto diventarà pane croccante e profumato.
Il giorno dopo il mestro disse agli scolari:-Raccontate quello che avete visto
ieri.Ma non dilungatevi :dovete abituarvi ad essere brevi nel descrivere.Ottorino
seguì scrupolosamente le raccomandazioni del maestro e scrisse:-Ieri
ho visto i buoi che facevano il pane._
(A.Manzi)
C'era
una volta una foglia di betulla che si chiamava Giacomina.Era autunno e si vedeva
diventare sempre più gialla.Si sentiva triste e malata perchè
la mamma pianta non le mandava più il nutrimento attraverso le vene.Un
giorno si guardò intorno e vide le sue sorelline staccarsi dalle braccia
della mamma e cadere a terra.Giacomina non capiva quello che stava succedendo.
-Dovrò abbandonare anchì'io la mamma?-si chiese tristemente.La
betulla sentì la sua voce e le domandò.-Perchè piangi?-Rispose
Giacomina._Perchè ho paura di abbandonarti-La mamma la consolò.-Su,non
piangere,fatti coraggio.-In quel momento un colpo di vento la strappò
via e Giacomina,dondolando,arrivò sulla terra umida e si sentì
più morta che viva.All'improvviso udì tante voci di bambini e
una mano morbida e tiepida la raccolse.Fu portata in un posto caldo che non
aveva mai visto e dopo un po' si trovò con altre foglie attaccata a un
ramo di betulla disegnato su un cartellone.Era contenta perchè così
nessuno la poteva calpestare.C'erano le voci dei bambini che le tenevano compagnia
e la facevano stare allegra con i loro canti e le loro risate.
(C.Alvaro)
Bosco
in autunno,trionfo del colore,festa degli occhi.L'oceano di smeraldo che ondeggiava
sulle nostre teste è ora la tavolozza di un impressionista:in ogni foglia
s'infiltra il rosso,i pioppi che circondano lo stagno seminano sotto i miei
passi le loro monete d'oro.Gli olmi,più avanti nel bosco,mi coprono con
le loro monete di color bronzo chiaro;sono i primi alberi a spogliarsi,seguiti
dagli aceri con il loro mosaico d'incarnato,di giallo,di nerastro.Tuttavia,le
querce e le robinie tengono ancora ben alto,fino all'ultimo momento,lo stendardo
verdeggiante dell'estate scomparsa.Allora,come se avessero atteso il segnale
di entrare in scena,ecco spuntare da ogni parte i meravigliosi funghi:il porcino
dal cappello color tonaca di cappuccino e dal grosso piede d'avorio;il gallinaccio
dal collaretto arancione,increspato,si direbbe,col ferro,come una cuffia di
contadina;l'ovolaccio col suo ombrello da fiera,vermiglio con lacrime bianche;il
prataiuolo maggiore col suo parasole chiaro da vecchia signora.
(Rid e adatt.M.Roland.Canti
d'uccelli e musiche d'insetti)
Fino
ad allora l'autunno era stato languido e mite.In questa stagione autunnale grandi
stormi di uccelli arrivavano sulla penisola nervosi ed irrequiti,ora volteggiando
in cielo,ora posandosi per cibarsi sul fertile suolo arato;ma anche quando mangiavano,era
come se lo facessero senza fame,senza desiderio.La loro inquietudine li portava
nuovamente in cielo.Nat Hocken,finito di consumare il pasticcio che sua moglie
aveva infornato per lui,a mezzogiorno si sedeva sul ciglio della rupe,osservava
gli uccelli.Laggiù nella baia aspettavano la marea.Loro avevano pazienza.Appena
il mare si ritraeva scoprendo le alghe e i ciottoli spumosi,gli uccelli si affollavano
sulla spiaggia.Poi la stessa smania di volo s'impadroniva anche di loro.Gridando,fischiando,chiamando,sorvolando
il placido mare,abbandonavano la spiaggia.-Forse-pensava Nat-un messaggio arriva
agli uccelli in autunno,come un ammonimento.Viene l'inverno.Molti di loro muoiono.fanno
come gli esseri umani che,presaghi di morte prematura,si buttano nel disperato
lavoro o annegano nella follia.-
Gli uccelli quell'autunno erano stati più irrequieti che mai,la loro
agitazione più evidente contro la calma delle giornate.Anche il fattore
aveva notato che in quell'autunno c'erano più uccelli del solito e aveva
aggiunto che forse il tempo sarebbe cambiato,ci sarebbe stato un inverno rigidissimo
e per questo gli uccelli erano inquiti.Il fattore aveva avuto ragione:quella
notte il tempo cambiò.
(rid e adat.D.Du Maurier.I
terrori che preferisco)
In
questo mese d'ottobre la Brianza è verde oro:verde di prati e di coltivi,nelle
brevi conche e vallette e su per i colli che salgono a gradini;oro di gelsi
che su questo verde galleggia e si stempera qua e là in tinte rosee
gracilmente preziose.
L'oro,colore dominante,estremo fuoco dell'estate,ha gradazioni diverse.E'
denso e sontuoso nelle foglie dei gelsi e dei platani,ha grumi di sangue nelle
foglie della vite,si fa trasparente nelle foglie dei pioppi,ove s'affievolisce
in una delicata convalescenza. E il più
timido sole basta a farlo splendere. Ma le giornate di sole si fanno sempre
più rade. Il paesaggio si sveglia in una pigrizia di nebbie,che stentano
a salire,ed errano dal piano ai colli quasi ad accarezzarne la forma.I monti
attorno sono tutti coperti,un pò di rosa alita solo nel cielo,nei punti
ove la grigia nuvolaglia s'alleggerisce.Ci vuole la tramontana a far piazza
pulita;allora la pianura esce da quell'involucro,si staccano profili di paesi
sulle colline;in alto,i monti si stagliano nel cielo puro,bianchi di neve.Quella
neve par miracolo,così vicina e inattesa.Deve aver nevicato stanotte.
E se il giorno resta lucente,i colori aderiscono al paesaggio come su una
maiolica.
(rid e
adat.;G.T.Rosa.Festa delle stagioni)
Era d'autunno.Eravamo
in campagna su di una via maestra.I pioppi bianchi,inverditi dall'erba che
nasceva alta sui canali freddi,con la sua fronda d'oro,imporporavano il cielo
schiarito dai fischi degli uccelli che,come le balestre,tagliavano l'aria.Le
colline terse,il cielo limpido,arrossavano come fiamme alte per le selve di
castagni che infoltivano le loro groppe,la pigra terra pareva dormisse sotto
una coltre leggera di foglie.Sulle aie quadrate le donne sfogliavano il granoturco
giallo,gli uomini sciacquavano le bigonge rosse alle pile del pozzo colme
d'acqua chiara. Un odore frizzante di vino nuovo esalava dai contenitori per
il mosto.Scendemmo di corsa il poggio verde e ci avviammo verso l'aia rossa.Il
profumo di vino mischiato a quello del basilico che cresceva nelle conche
dei limoni,a quello fresco della menta,che era folta nei fossati intorno alla
casa,scendeva al cuore e smorzava l'arsura.
-Questo profumo rende il vino più aggraziato al palato-disse Beppe
bevendo l'aria aromata.
(L.Viani.Beppe il pelato)
Verso la fine
d'ottobre ,che le semine non erano ancora terminate,principiavano quelle lunghe
piogge che duravano notte e giorno;e solo di sera, come se il cielo fosse
stanco,s'aprivano delle schiarite,e il sole tingeva le nuvole.Se il vento
s'alzava,si rompeva il tempo a ponente;ma per poo.Con la notte,ripigliava
a piovere, e appena sotto le coperte si pensava al fiume,la mattina già
così prepotente,che forse aveva ormai toccato la cima degli argini
e rotto e allagato i seminati.Ogni tanto,tra la pioggia che straripava dalle
grondaie,si sentiva un crollo improvviso e rovinoso; si tratteneva il fiato,era
andato giù un altro muro,e pareva di vedere le piete rotolare sulla
strada o nel burrone.Si dormiva poco in quelle notti;anche se,durante il giorno,la
pioggia diradava per un pò e faceva sperare il buon tempo,s'alzava
invece un vento mezzo matto,e veniva fuori per un momento un sole vergognoso,bagnato
anch'esso.Però il vento a furia di tirar forte mandava finalmente le
nuvole al di là dei monti;e quando meno te l'aspettavi ecco il sole
alzarsi in cielo spazzato e liscio come un vetro.Il fiume era rientrato nel
suo letto e solo allora si calcolava il danno che aveva fatto rompendo gli
argini,scavando solchi e buche,ammucchiando sassi e terra.Caduto il vento
di tramontana,la campagna restava intontita da tutta quella furia e dall'acqua
bevuta;e il sole,calando stanco e smemorato,la tingeva d'un giallo brillante,che
faceva già pensare all'estate di San Martino.Così arrivava novembre;e
la sera d'Ognissanti,appena partito il sole da tutti i paesi della vallata,le
chiese cominciavano a suonare per la notte dei morti.
(Rid e adatt.G.T.Rosa.L'avellano)
Le brume diventarono
nebbie,le nebbie si raccolsero in piogge.L'acqua scorreva tra l'erba,si accumulava
nei ruscelli dell'impianto di drenaggio,riempiva la cisterna,ne fuoriusciva
verso il bosco.Il giardino e l'orto avevano un'ultima impennata di floridezza.Le
giovani viti attendevano chiuse nella scorza.Una malinconica bellezza si annidava
nel bosco ancora verde.Ma le foglie del pero erano frammenti di ardesia su
cui l'acqua scorreva scrosciando in uno stillicidio incessante.Poi,improvvisamente,la
pioggia cessava.Le ultime gocce cadevano pigre dalle foglie del pero,le cinciallegre
cominciavano a chiamarsi da un ramo all'altro,poi spuntavano i merli,pronti
a ghermire col becco giallo e duro lombrichi e lumache usciti dai loro buchi
in traccia del sole.Dopo San martino una lunga estate limpida e fredda sembrava
imdugiare sulle colline del Monferrato.La brezza con l'alzarsi del sole spazzava
le brume e i boschi apparivano intatti nei colori giallo-bruni,mentre le vigne
risplendevano rossastre nella luce.Le ultime raccolte di funghi si seccavano
a quell'aria pungente infilate in corde tese sotto la pergola ormai spoglia,o
stese sulla tavola che ormai non veniva più usata per mangiare.Gli
alberi sembravano attendere ,pazientemente, che il vento li spogliasse delle
foglie e concedesse loro il lungo riposo dell'inverno.
(L.Mancinelli.Il miracolo
di Santa Odilia)