I luoghi di Pavese non si possono circoscrivere alle sole Langhe.
C'è il Pavese di romanzi, racconti e poesie (una parte importante della sua
opera) ambientati in una Torino che oggi non esiste più ma che fu sempre una
città da lui molto amata.
Pavese era cittadino sino al midollo e Torino la sua città ideale.
Ha scritto Massimo Mila: "Adoravamo la città - Torino moderna, non la Torino
barocca - anche proprio sotto l'aspetto figurativo: le prospettive nitide, la
geometria degli isolati, il rigore del paesaggio urbano.
Una bellezza di linee, di volumi, di masse...".
Torino era il Po, la collina, la "barriera" non più città e non ancora
campagna, osterie che si chiamavano "Far West" e cinema dove si proiettavano
film americani.
C'è anche, minoritario, un Pavese monferrino con i luoghi diCasale, Serralunga di Crea e Moncalvo.
A Casale Monferrato Pavese trascorse uno dei periodi più tormentati
della sua vita in un momento tragico per l'Italia devastata dalla guerra civile,
da sfollato.
Nel collegio Trevisio, retto da Padri Somaschi, Pavese, sotto falso nome, dava
lezioni agli studenti.
A Serralunga di Crea, proprio sulla strada che conduce al santuario,
c'era la casa del marito della sorella, dove trascorse lunghi periodi.
La casa è ancora tale e quale come anche il santuario.
In questi luoghi, impregnati di religiosità, a Pavese parve di trovare la fede
in Dio ma fu solo un'illusione che non resse alla prova dei fatti.
Questi luoghi li possiamo ritrovare ne "La casa in collina" e ne "Il mestiere di vivere".
Durante il medesimo periodo di sfollamento dalla città, Pavese
andava ogni tanto anche nella vicina Moncalvo dove abitava il conte Carlo Grillo
che diventerà il Poli de "Il diavolo sulle colline".
La sua casa, il Greppo, nel romanzo fa da sfondo ad una storia di decadenza
borghese, visivamente rappresentata dal gerbido che la circonda, contrapposta
alla sanità contadina rappresentata invece dai filari ben ordinati e coltivati.
Questa casa esiste ancora con il suo ampio giardino, un po' fuori Moncalvo,
anche se il suo proprietario è morto alcuni anni fa.
Il mare, mai amato, come lo erano invece i due fiumi della vita di Pavese (il Belbo e il Po), compare ne "La spiaggia" ed è quello ligure di Varigotti, mentre quello calabro di Brancaleone è il mare dell'esilio dove compone i suoi 'tristia' (alcune poesie di "Lavorare stanca" e il romanzo "Il carcere).
Però il nucleo più consistente dei luoghi pavesiani resta pur sempre quello langarolo, intorno a Santo Stefano Belbo, suo paese natale.
Le sue opere principali hanno come scenario naturale le Langhe
che nel dopo Pavese sono cambiate perché il paesaggio è soggetto a continue
e sempre più vaste trasformazioni.
Così molti testi della nostra letteratura possono funzionare da memoria storica
del paesaggio italiano e, tra questi, possiamo senza dubbio annoverare i libri
di Pavese.
La Langa di Pavese, ovviamente, era completamente diversa da quella
odierna.
Era una terra povera, basata su un'economia contadina ai limiti della sopravvivenza.
Il Valino, personaggio de "La luna e i falò" che incendia il suo misero casotto uccidendo i familiari e infine se stesso, è spinto al suo gesto dalla disperazione per la vita grama sul minuscolo appezzamento di terra che affitta dalla Madama della Villa.
Era però una Langa ecologicamente intatta: ci sono i tigli che
fanno ombra ai perdigiorno, pini e cipressi nelle ville dei signori, platani
al Nido e al bar di Canelli, gaggie nelle 'rive', alberi e canneti in riva al
fiume, salici ai margini delle vigne.
E poi gerani, zinnie, gigli e dalie nel giardino della Mora e sui balconi delle
case.
La campagna è ancora governata dal ciclo lunare e le acque del Belbo sono limpide,
propizie alla pesca e ai bagni.
"A metà pomeriggio prendevamo i prati, io e Nino - lui mi correva avanti
- per andarci a bagnare.
Il fiume in quel punto era larghissimo, sproporzionato al paese che vi digradava
con i suoi orti, ma non molto profondo.
Lo attraversavamo a guado e poi, spogliatici tra i salici, si prendeva il sole
sul grande greto, ci si tuffava in un laghetto presso l'altra riva e, a volte
per curiosità ci si inoltrava nella macchia che correva indisturbata fino al
piede della collina".
Gli elicotteri non ronzavano per le colline a spargere veleni né
la terra conosceva concimi e diserbanti chimici.
Permaneva una preziosa unità tra il paesaggio e l'uomo che lo abitava e coltivava,
tra le case e le colture.
Era la Langa della policoltura in cui accanto alla vigna c'era il prato, il campo di granturco, il noccioleto, la riva e il rittano dove Pavese colloca il dio-caprone, incarnazione del selvaggio, del primitivo, dell'arcaico che sopravvive accanto al moderno.
La Langa odierna è una campagna ricca, trasformata, come tutta l'Italia, dallo sviluppo economico, nel bene e nel male.
Gli insediamenti civili, industriali, artigianali vorticosamente cresciuti hanno incrinato quella preziosa unità del paesaggio, così come la monocoltura del vigneto ha fatto tabula rasa, cancellando rive, siepi, alberi, prati noccioleti.
Ci resta quindi solo la letteratura di Pavese per ricostruire quel mondo contadino che, negli ultimi anni della sua vita, appariva già al tramonto ma di cui vengono continuamente evocati i segni: "Questa valle bisogna averla nelle ossa come il vino e la polenta , allora la conosci senza bisogno di parlarne, e tutto quello che ti sei portato dentro senza saperlo si sveglia adesso al tintinnio di una martinicca, al colpo di coda di un bue, al gusto di una minestra, a una voce che senti sulla piazza di notte".
"Fa un sole su questi bricchi, un riverbero di grillaia e
di tufi che mi ero dimenticato.
Qui il caldo più che scendere dal cielo esce da sotto - dalla terra, dal fondo
tra le viti che sembra si sia mangiato ogni verde per andare tutto in tralcio.
E' un caldo che mi piace, sa un odore: ci sono dentro tante vendemmie e fienagioni
e sfogliature, tanti sapori e tante voglie che non sapevo più di avere addosso".
Questa Langa Pavese la percorreva a piedi, durante i suoi brevi
ma intensi ritorni, a volte in compagnia dell'amico Nuto.
"A piedi... vai veramente in campagna, prendi i sentieri, costeggi le vigne,
vedi tutto.
C'è la stessa differenza che guardare un'acqua o saltarci dentro".
Così si spiega la conoscenza profonda che Pavese aveva della terra,
degli odori e dei sapori della campagna.
"Io salivo i sentieri di punta a cercare le prugnole in fondo alle vigne.
Già allora mi piaceva appiattirmi in quella solitudine, nell'incolto sotto gli
ultimi filari, a due passi dal bosco".
"Allora partimmo, e lui si mise avanti per i sentieri delle vigne. Riconoscevo la terra bianca, secca; l'erba schiacciata, scivolosa dei sentieri; e quell'odore rasposo di collina e di vigna, che sa già di vendemmia sotto il sole".
Erano anche le sensazioni dell'infanzia nelle Langhe che ritornavano come una fonte primigenia cui il ragazzo ormai diventato uomo continuava ad abbeverarsi.
"...le aie, i pozzi, le voci, le zappe, tutto era sempre uguale, tutto aveva quell'odore, quel gusto, quel colore d'allora".
"E' l'odore, l'odore della casa, della riva, di mele marce, d'erba secca e di rosmarino".
L'avventura esistenziale di Pavese e di molti suoi personaggi inizia a S. Stefano Belbo, grosso paese di fondovalle ("Santo Stefano, all'imbocco della vallata del Belbo, è un poco la metropoli delle Langhe"), dove le estreme propaggini delle Langhe confinano con le prime colline del Monferrato.
"Il mio paese sono quattro baracche e un gran fango, ma lo
attraversa lo stradone provinciale dove giocavo da bambino.
Siccome - ripeto - sono ambizioso, volevo girare per tutto il mondo e, giunto
nei siti più lontani, voltarmi e dire in presenza di tutti: 'Non avete mai sentito
nominare quei quattro tetti? Ebbene, io vengo di là'".
Dagli anni '60 in avanti un forte sviluppo urbanistico ha di molto mutato le caratteristiche dei "quattro tetti" pavesiani, compromettendo irreparabilmente le suggestioni letterarie che sopravvivono ancora sotto forma di frammenti, rintracciabili qua e là, senza più quel disegno e quell'unità organica che permeava la sua opera.